Storia del movimento cooperativo

Al 1844 si fa risalire l’inizio dell’esperienza cooperativa: per iniziativa di 28 lavoratori nasceva infatti, in Inghilterra, la Società dei “Probi Pionieri di Rochdale”. Scopo della società era – nelle parole dei Pionieri – “adottare provvedimenti per assicurare il benessere materiale e migliorare le condizioni familiari e sociali dei soci…”.

Le prime due cooperative in Italia

Da quella data la cooperazione, che si inserisce nell’ambito della libertà di associazione che è una delle conquiste essenziali dell’800, comincia a diffondersi un po’ in tutta Europa, Italia compresa. La prima cooperativa costituita nel nostro paese è il Magazzino di previdenza di Torino – una cooperativa di consumo – sorto nel 1854 per iniziativa della “Associazione degli operai”. Due anni più tardi ad Altare, in Provincia di Savona, nasce la “Artistica Vetraria”, una cooperativa di lavoro.

Le prime cooperative nascono, insomma, per dare una risposta, sulla base di un princìpio di solidarietà, a problemi immediati e particolari come la disoccupazione e l’aumento del costo della vita.

Da Mazzini alla Legacoop

La diffusione dell’idea cooperativa trova il sostegno, con accenti ed impostazioni diverse, di esponenti prestigiosi della politica del tempo. Basti pensare a Giuseppe Mazzini, che vedeva nella cooperazione un princìpio generale dell’organizzazione sociale grazie al quale capitale e lavoro dovevano confluire in “un’unica mano”; ad un esponente del nascente socialismo come Andrea Costa, che tendeva ad inserire la cooperazione nel contesto più generale del movimento politico e sindacale di emancipazione dei lavoratori; ad un liberale “giolittiano” come Luigi Luzzatti, che considerava la cooperazione come uno strumento di inserimento non conflittuale delle classi subalterne nello sviluppo economico.

Questa pluralità di approcci all’impostazione di fondo da dare al movimento cooperativo, corrispondente a specifiche ispirazioni politiche e ideologiche, emerse con chiarezza nell’autunno del 1886, quando 100 delegati, in rappresentanza di 248 società e di 70.000 soci, si riunirono in Congresso a Milano, dal 10 al 13 ottobre, per dare vita ad una strutturazione organizzativa che assicurasse lo sviluppo e il coordinamento di un movimento cooperativo assai variegato.

Nacque allora la Federazione Nazionale delle Cooperative, che nel 1893 si sarebbe trasformata in Lega delle Cooperative. All’interno della Lega trovava espressione anche l’altro grande filone di ispirazione della cooperazione italiana: quello cattolico, portatore di una concezione interclassista della cooperazione, imperniata su un forte solidarismo sociale.


Tra la Grande Guerra e il fascismo

Prima della Grande Guerra, la cooperazione aveva già acquisito, grazie anche alla politica giolittiana, una certa solidità economica e quelle caratteristiche che ne avrebbero consentito, dopo il 1918, il rilancio politico ed organizzativo. Ma tempi difficili erano nuovamente alle porte.

Alla separazione, avvenuta nel 1919, tra la cooperazione di ispirazione cattolica e quella di ispirazione laico-socialista (con la nascita della Confederazione delle cooperative italiane) seguirono l’avvento del fascismo (con la devastazione di molte cooperative, lo scioglimento della Lega ed il tentativo di piegare la cooperazione ad un modello economico corporativo) e la tragedia della Seconda guerra mondiale.

La fine della democrazia aveva segnato la fine dell’esperienza cooperativa, basata sulla partecipazione attiva dei soci, che affondava le proprie radici nei princìpi dei probi pionieri di Rochdale.


La rinascita

La rinascita venne con l’uscita dal tunnel della dittatura e della guerra, anche se non riuscì a realizzarsi su base unitaria (oggi le Centrali cooperative sono quattro: oltre a Legacoop, la Confcooperative, l’AGCI e l’UNCI). E fu congiunta alla volontà di ricostruzione del Paese su basi di solidarietà, di democrazia, di partecipazione.

Per questo l’art. 45 della Costituzione italiana che riconosce la funzione sociale della cooperazione a base mutualistica e senza finalità di speculazione privata, impegnando lo Stato a promuoverne lo sviluppo, non è una sorta di norma isolata o transitoria, ma è del tutto coerente con lo spirito complessivo della Costituzione stessa. A partire dal dopoguerra la cooperazione è riuscita, pure attraverso le difficoltà, a consolidarsi e a crescere, a diventare una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale.