PERIFERIE, SCORZONI: “SERVONO RISORSE PER I PIANI DI ZONA”

La periferia non si offende se la chiami periferia. Si offende quando te ne dimentichi e non garantisci servizi e funzioni. Fabrizio Scorzoni, responsabile Legacoop Abitanti Lazio e presidente Consorzio A.I.C., lo dice con la calma di chi non deve dimostrare nulla, perché la periferia non l’ha studiata: l’ha vissuta. «Io sono un uomo della periferia», ripete, come si dice un nome e un cognome. Non è un titolo, è un indirizzo.

Durante il suo intervento in occasione dell’evento “Roma incontra il mondo: La città nella città”, organizzato dal Comune di Roma insieme a Zetema per celebrare il rapporto tra cultura, comunità e dialogo, Scorzoni porta una verità semplice, che a Roma sembra sempre rivoluzionaria: una città che vuole parlare al mondo dovrebbe anche parlare prima con se stessa. E dare ascolto ai suoi margini. Quelli che stanno a dodici chilometri dal centro, dove un’ambulanza può arrivare dopo cinquanta minuti e non fare in tempo per fermare gli effetti di un ictus. Succede. È successo a sua madre. E non dovrebbe succedere mai a nessun altro. Oggi in quel quartiere di periferia c’è l’ospedale Tor Vergata. Un tempo non c’era. Questo soltanto fa la differenza.

La periferia non chiede di essere chiamata centro, né di essere compatita. «Si chiama periferia perché è lontana dal centro e non si arrabbia per questo». Si arrabbia, semmai, quando i servizi restano bloccati nel traffico delle promesse. Quando mancano ospedali, scuole, funzioni. Quando la distanza diventa abbandono. Quando invece i servizi arrivano, la periferia smette di chiedere. Vive. E spesso vive meglio: più verde, più spazio, meno stress.

Quella periferia descritta da tanti come un luogo di disperati, dove tutto è sbagliato per definizione, Scorzoni la guarda da dentro e dice altro: è «un pezzo della città», nato anche in modo spontaneo, segnato dall’abusivismo di necessità. Un disordine che Roma, per una volta, ha provato a mettere in fila ormai trent’anni fa.

Nascono così le Associazioni Consortili di Recupero Urbano (le A.C.R.U): cittadini che si associano, risorse del condono che tornano sul territorio, opere pubbliche che non restano su carta. «Un lavoro di partecipazione di 30 anni fa» commenta. Un progetto talmente anomalo per la sua capacità di essere funzionale da attirare l’attenzione di chi, dall’estero, prova a capire perché le periferie romane non diventano banlieue, come è accaduto di fare a una ricercatrice francese che per tre anni ha studiato questo fenomeno tutto romano in cui si è avuta una intuizione importante. Se le periferie romane non hanno i problemi delle banlieue parigine ci sono tanti motivi anche geopolitici ma un aspetto fondamentale è costituito proprio dal lavoro che si è fatto a Roma attraverso le A.C.R.U.

Poi, però, purtroppo, è intervenuta a gamba tesa la burocrazia che non ha fatto nessun distinguo. «È arrivato il Codice degli Appalti, la mia non è una critica ma una constatazione, e queste A.C.R.U. non riescono più a funzionare» dice Scorzoni. Non ci sono le condizioni perché ciò possa accadere. Tradotto: un pezzo di controllo e di partecipazione si spegne. In quartieri dove i partiti arretrano e l’associazionismo resiste, non è una buona notizia. È un vuoto. « Non voglio definirlo pericoloso ma é un problema» ripete.

E sul tema della riqualificazione, dice: «la parola suona bene finché non si fanno i conti con la realtà dei fatti. Demolire e ricostruire costa più della metà». Nel centro i numeri si aggiustano da soli. In periferia no. Lì la differenza la paga il quartiere, cioè nessuno. E allora la riqualificazione resta solo su carta e non si può fare, spiega senza mezzi termini.

E, infine, sul tema dei piani di zona, conclude: un buon lavoro, migliaia di famiglie, case costruite, ma bisogna ricordare che è stata un’idea giusta e produttiva lasciata a metà. «In quasi nessun piano di zona le urbanizzazioni sono terminate». Per chiudere il lavoro servono 200 milioni. Ne arrivano meno. Sempre meno di quelli che servono. Perciò «è il caso di mettere una serie di milioni l’anno» conclude.

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