LA COOPERAZIONE SOCIALE DOPO MAFIA CAPITALE

Inserito il luglio 3, 2017 at 10:25

Categorie: In evidenza, Legacoop Sociali

Intervista realizzata ad Anna Vettigli, Responsabile Legacoopsociali Lazio, da www.mysocialwork.info per la campagna #ATempoDebito

Per analizzare la situazione della cooperazione sociale nel Lazio dopo le inchieste che hanno travolto diverse organizzazioni e capire quali conseguenze d’immagine e anche economiche hanno subito tutte le realtà sociali che, nonostante gli scandali, hanno sempre prodotto valore aggiunto per la società, abbiamo rivolto alcune domande a Anna Vettigli, responsabile di Legacoopsociali Lazio.

Qual è lo stato dell’arte per la cooperazione sociale del Lazio dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”?
Com’è noto, le inchieste legate a “Mafia Capitale” hanno coinvolto alcuni esponenti di spicco del mondo della cooperazione sociale romana, trascinando nel vortice anche le rispettive cooperative. Si tratta, tuttavia, di un’esigua minoranza, se si tiene conto dell’immenso mondo della cooperazione sociale attiva sul territorio del Lazio. La stragrande maggioranza delle cooperative sociali non ha tratto vantaggi da questo “mondo di mezzo”, anzi ne è stata fortemente danneggiata. Danni economici, reputazionali e d’immagine che, nella migliore delle prospettive, potranno essere sanati solo tra alcuni anni. Non è un caso che Legacoopsociali sia stata riconosciuta come parte civile al processo e che Legacoop abbia avviato una raccolta firme per una proposta di legge contro le false cooperative.
“Mafia capitale” per la stragrande maggioranza delle cooperative ha rappresentato, però, anche la liberazione. L’inchiesta ha fatto emergere un diffuso malaffare che, una volta rimosso, potrà permettere alla città di Roma e all’intero territorio del Lazio di tornare a crescere. Sono stati mesi difficili, quelli del post inchiesta e ancora lo sono. Diffidenza e sospetto caratterizzano i rapporti tra cooperative ed istituzioni ma, anche, tra cooperative e cittadini. A farne le spese è stata soprattutto la cooperazione sociale di tipo B, con le attività di reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.
Il totale azzeramento degli affidamenti, in questo settore, ha messo in serio pericolo importanti percorsi di reinserimento di lunga durata, configurando la reale possibilità di un’emergenza sociale. Nonostante tutto, la cooperazione è ancora viva e continua a mantenere in vita i servizi di questa Regione con dignità e perseveranza. A preoccupare è la quotidianità relazionale ed economica, che diventa sempre più difficile da gestire.

Tutto il mondo della cooperazione sociale è stato fortemente screditato senza alcuna distinzione. Eppure, come abbiamo cercato di ripetere a più voci, sono tante le realtà sociali che operano per il benessere collettivo, offrendo servizi e lavoro. Come accendere i riflettori sulle buone prassi?
Purtroppo “fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”, ed è molto impegnativo agire sulla percezione negativa e sul danno reputazionale che la cooperazione ha subito. Le cooperative producono valore economico e sociale, creano occasioni di lavoro stabile. Sono imprese che nascono sul territorio e per il territorio; vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo al dilagante individualismo, processi di condivisione e confronto democratico.
Ma il profondo limite è che le cooperative sono abituate a lavorare a testa bassa, e non hanno predisposizione, competenze e anche risorse per comunicare ciò che sono e ciò che fanno. Per le cooperative sociali la comunicazione è il vero tallone di Achille, e oggi, passata la fase di emergenza, dobbiamo intervenire anche qui con maggiore capacità e determinazione. Bisognerebbe mettere in rete tutte le risorse del nostro mondo – soci, dipendenti, famiglie – per realizzare una campagna che metta al centro l’utente, i cittadini e i loro diritti che riesca a comunicare questi elementi:

  • i servizi sociali sono servizi che riguardano i diritti della persona, il diritto ad una vita migliore;
  • le cooperative del Lazio, ogni giorno, con oltre 8000 lavoratori, sono al fianco di famiglie, bambini, anziani per sostenerli nelle loro fragilità;
  • l’attività delle cooperative è strumentale all’attuazione di un diritto (che senza l’impegno delle cooperative sarebbe negato).

Per valorizzare le buone prassi sarebbe utile:

  • implementare la rendicontazione sociale (redazione del bilancio sociale) e la valutazione dell’impatto;
  • utilizzare meglio le tecniche di narrazione per rappresentare meglio il nostro portato (story telling);
  • realizzare campagne sui social;
  • implementare l’attività di ufficio stampa;

ed infine non sarebbe male avere qualche testimonial importante.

La cooperazione sociale è – come ha sottolineato anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – un modello imprenditoriale capace di coniugare redditività e solidarietà ma ha subito, negli ultimi anni, gravi conseguenze legate alla crisi economica. In uno scenario così complicato quanto conta l’innovazione e quali modelli potrebbero essere applicati?
Ho una risposta chiara per la prima domanda ma non per la seconda. L’innovazione sociale è importantissima, anzi vitale nei prossimi anni, ma non sono ancora chiari i modelli da applicare. Tuttavia, una volta individuati, andrebbero calati sui singoli territori, attraverso un’ intensa attività di co-progettazione anche con le amministrazioni pubbliche, ma non solo.
A questo proposito vorrei proporre delle riflessioni su una criticità che ho riscontrato. Penso che fra le principali fragilità delle cooperative sociali c’è la bassa attenzione all’innovazione, nonostante l’esistenza di elementi che dovrebbero farle andare nella direzione opposta. Di fatto le cooperative sociali hanno nel proprio DNA diverse competenze strategiche per innovare, quali ad esempio saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper governare imprese multi-stakeholder, saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi.
Ci si chiede, allora, come mai manifestino poco interesse per l’innovazione. Una possibile spiegazione è che per le cooperative sociali, la “mappa” che ha portato al loro successo, è diventata limitante e rappresenta un ostacolo all’imparare, al cambiare. Forse diventa determinante stimolare un importante ingrediente per l’innovazione: un buon tasso di apprendimento. Se, infatti, le cooperative sociali hanno già molte competenze strategiche per innovare, ne devono implementare altre. Ma per acquisire le competenze necessarie e soprattutto metterle in pratica è importante anche considerare la cultura organizzativa.
“Se si sta cercando di cambiare il modo in cui l’organizzazione lavora, bisogna prima scoprire in che modo la cultura esistente sarà di aiuto o di ostacolo […].Non esiste una cultura giusta o sbagliata, non c’è una cultura migliore o peggiore, se non in relazione a quello che l’organizzazione sta cercando di fare e a quello che permette l’ambiente in cui si trova a operare”, si legge nel libro “Culture d’impresa” dello psicologo Edgar Schein.
Bisogna perciò chiedersi se la cultura organizzativa delle cooperative sociali è di aiuto o di ostacolo all’innovazione. Non bisogna, inoltre, dimenticare che è una caratteristica dell’uomo, dei gruppi e delle organizzazioni desiderare il cambiamento e allo stesso tempo averne paura, perché il cambiamento implica fatica e frustrazione. Come afferma Wilfred Bion – il più grande psicologo dei gruppi – non c’è solo una spinta a conoscere, ad apprendere, ma c’è un movimento contrario, un vero e proprio processo di opposizione alla conoscenza e di conseguenza al cambiamento.
Tener conto di questi due elementi ci permette di progettare percorsi verso l’innovazione che includano anche aspetti problematici legati alla perdita e alla sofferenza, insite in ogni movimento di crescita.

Un ruolo centrale nella valorizzazione della buona cooperazione è rivestito dalle stesse istituzioni. Quale dovrebbe essere l’approccio di Comuni e Regioni nei confronti delle tante realtà a cui appaltano servizi pubblici?
Le cooperative sociali, per le loro caratteristiche distintive, possono essere tra i protagonisti di un modello di sviluppo non più legato alla finanza ma all’economia reale, capace di produrre performance positive non solo economiche ma anche sociali e ambientali. Insieme alla politica e alle istituzioni possono promuovere “un modello economico socialmente responsabile in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali, quali, ad esempio, l’incremento occupazionale e l’inclusione e l’integrazione sociale”, come riporta la delibera ANAC n. 32 del 20/01/2016.
I comuni e le Regioni dovrebbero ripartire da quanto previsto dalla legge 328/2000, ovvero il riconoscimento ai servizi sociali di un loro valore specifico, fuori da una logica di mercato e di conseguenza la previsione di processi specifici per sostenere il rapporto tra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione.
Da diverse fonti (Istituzioni Europee e normative nazionali), emerge chiaramente che i servizi sociali sono considerati servizi che riguardano i diritti della persona. Se è assodato che l’attività di erogazione dei servizi sociali abbia una natura anche economica (e non potrebbe essere altrimenti visto che si realizza la prestazione di un servizio contro un corrispettivo), non è altrettanto scontato che tale attività sia subordinata e strumentale all’attuazione di un diritto. Perciò, come ha sottolineato lo stesso Parlamento Europeo, le norme in materia di concorrenza, di aiuti pubblici e di mercato devono essere compatibili con gli obblighi di servizio pubblico e non viceversa, essendo i servizi sociali svincolati da una logica commerciale e concorrenziale.
I servizi sociali tutti, sono servizi alla persona non standardizzati che implicano un’interazione personale e ad alto contenuto relazionale tra chi li produce e chi li riceve, anche se caratterizzati da un certo grado di “imprenditorialità”. Sono, pertanto, da considerare servizi essenziali che lo Stato, le Regioni, i Comuni devono salvaguardare.

Oggi la povertà dilagante e le disuguaglianze sociali non trovano risposte adeguate da parte dello Stato. I fondi messi a disposizione non sono sufficienti a rispondere alle crescenti richieste. Quali sono le scelte politiche auspicabili che potrebbero portare ad una inversione di tendenza?
Rispondo partendo dalla metafora del rasoio del filosofo Guglielmo di Occam “A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire”: è inutile formulare ipotesi complicate, la soluzione è fin troppo semplice “meglio prevenire che curare”. La politica per favorire una inversione di tendenza dovrebbe considerare i servizi sociali non come una spesa da tagliare, ma un patrimonio da valorizzare per assicurare diritti. I servizi sociali sono un investimento per migliorare salute, benessere, prevenzione e non un costo.
Non avere questo approccio crea un circolo vizioso. Più la richiesta di servizi sociali viene inevasa, più aumentano le emergenze, più aumenta il fabbisogno e di conseguenza la spesa. Le scelte politiche dovrebbero essere coerenti all’orientamento proposto dal nostro Presidente Mattarella: “Non possiamo permettere che programmi di inclusione sociale siano compressi o vanificati. Non possiamo accettare che tanti diventino cittadini invisibili. È un tema che ci riguarda tutti: istituzioni, corpi sociali, famiglie, persone. E’ fuori dallo spirito e dalla lettera della Costituzione chi pensa, egoisticamente, che la solidarietà sia a carico esclusivamente di altri”. Se la politica mette al centro l’applicazione dei diritti previsti dalla nostra costituzione i fondi si trovano e si investono. Come? Basterebbe seguire ed attuare modelli virtuosi già esistenti, per esempio l’esperienza del Portogallo, che oggi è tornato a crescere non considerando l’austerity come unica via, e riconoscendo che ha portato danni alla vita economica e alla coesione sociale.