QUARTICCIOLO, CHI SONO LE DONNE CHE HANNO FONDATO UNA COOPERATIVA DI COMUNITA’?

Tra di loro c’è chi ha più di sessant’anni e una pensione al limite della sopravvivenza. C’è chi è giovane e vuole sfuggire al precariato e allo sfruttamento. Sono le donne del Quarticciolo, quartiere assediato dalla criminalità e dallo spaccio. “Vorremmo aprire un laboratorio di ristorazione o un’osteria, o entrambi. Lo faremo riqualificando i locali abbandonati di questo quartiere, ridando vita ad uno spazio. Lo faremo offrendo piatti che parlano di noi: dalla borgata per la borgata, come diciamo sempre”. E’ da loro che sta nascendo una cooperativa di comunità unica nel suo genere, sostenuta da Legacoop Lazio e Nazionale.  “Ti abituano a pensare che ti devi accontentare di quello che c’è. Fatica, umiliazione, paghe da fame ma perché? ” ci dice in questa intervista Alessia Pontoriero, presidente e socia della cooperativa Il Quarticciolo.

Chi sono le donne che hanno scelto di fondare una cooperativa al Quarticciolo?

Sono diverse tra loro ma hanno una cosa in comune: abitano nella periferia della città, troppo spesso marginalizzata. E’ dalla voglia di riscattarci da questa condizione che nasce l’idea di creare una società cooperativa su misura di chi ci lavora. In questo caso donne che sono state per troppo tempo impiegate in settori, come quello della ristorazione, dove lo sfruttamento lavorativo è noto. Inoltre, le capacità di ognuna pensiamo non vengano valorizzate adeguatamente. Ma non è “solo” il lavoro che ci interessa. Ci interessa mettere in discussione anche la salute, la formazione, la cura dei figli, i tempi che servono per arrivare al luogo di lavoro. Per questo abbiamo pensato a una cooperativa di comunità. Siamo sicure che l’ambiente di lavoro può essere più sereno nel momento in cui ci occupiamo delle altre sfere della nostra vita che non sono secondarie. L’attività lavorativa è importante ma non basta. Proprio perché non vogliamo passare il tempo a lavorare per il nostro datore di lavoro, e poi a lavorare per la nostra famiglia, dobbiamo pensare a tutto se vogliamo cambiare le nostre vite in meglio. Siamo donne che hanno dei figli e spesso i turni estenuanti a tutti gli orari del giorno non ci consentono di sostenere a lungo un’occupazione anche perché gli stipendi non sono alti e non ci sono servizi pubblici sufficienti; siamo donne che abitano in un territorio difficile ma non per questo vogliamo abbandonarlo. Vogliamo trasformarlo anche attraverso la nostra attività lavorativa. Siamo donne che hanno più di 60 anni e abbiamo una pensione al limite della sopravvivenza e nessuno ci vuole a lavorare; siamo donne giovani con tante idee e voglia di immaginare un futuro diverso da quello che ci prospetta il mercato del lavoro; siamo professioniste che pretendono dal proprio lavoro qualcosa in più che la carriera che richiede di sacrificare affetti e relazioni. Siamo tutto questo e tanto altro.

Cosa significa essere ed essere state nel tempo donna al Quarticciolo? Esperienze e realtà quotidiana sotto la lente di ingrandimento di chi oggi sceglie di portare un esperimento difficile ma rivoluzionario nel quartiere.

Essere donna a Quarticciolo, ma pensiamo sia simile a tante altre borgate di Roma, vuol dire essere la colonna portante del quartiere e allo stesso tempo non saperlo. Vuol dire tenere i legami comunitari, aiutarsi a vicenda con le altre donne, vuol dire occuparsi delle file interminabili agli sportelli anagrafici, vuol dire subire, spesso, i giudizi di chi pensa che siamo abitanti di serie b. Ci è capitato di vergognarci di dire che viviamo in questo quartiere perché questo vuol dire che possiamo aspettare per iscrivere i nostri figli a scuola, vuol dire che possiamo sopportare di essere pagate poco, vuol dire che siamo abituate a non avere rispetto. Come donne del quartiere a volte ci sembra che nessuno prenda in considerazione quello che facciamo veramente. Pensiamo che sia arrivato il momento di autovalorizzarci se nessuno ci riconosce. Trasformeremo con le nostre mani questo quartiere attraverso la nostra attività lavorativa. Vorremo aprire un laboratorio di ristorazione o un’osteria o entrambi. Lo faremo riqualificando i locali abbandonati di questo quartiere, ridando vita ad uno spazio, lo faremo offrendo piatti che parlano di noi: dalla borgata per la borgata come diciamo sempre. Sarà un luogo prima di tutto di incontro e saremmo felici se la nostra esperienza potesse dare coraggio ad altre donne, ad altri abitanti per ribaltare quella narrazione che ci descrive come fragili e mostrare al mondo, ma prima di tutto a noi stesse, che se vogliamo possiamo alzare la voce e darla a chi non ce l’ha.

Come vi siete incontrate?

Abbiamo iniziato facendo un corso di cucina. Ci siamo divertite. Ognuna di noi aveva un sacco di impegni ma quell’ora che passavamo insieme era unica. Non era solo un luogo in cui imparare: era un luogo che ci consentiva di lasciare a casa le preoccupazioni quotidiane. Finalmente stavamo facendo qualcosa per noi stesse. Per nessun altro, solo per noi stesse. Era questa la sensazione che ci ha fatto dire: perché dobbiamo fare qualcosa per noi stesse una tantum? Perchè non fare in modo che questa sensazione non diventi un’opportunità, un percorso lavorativo; perché dobbiamo continuare a sentirci inadeguate nel nostro posto di lavoro, continuare ad essere precarie nelle nostre case, avere sempre l’ansia per il futuro, quando abbiamo una ricchezza tra le mani? E ci siamo anche rese conto di essere brave.

Come è nata l’ispirazione? Quand’è che avete deciso: “facciamolo”?

Non l’abbiamo proprio deciso. E’ quasi venuto naturale. Ci sembrava così logico che ci siamo chieste come fosse stato possibile non averci pensato prima. Ti abituano a pensare che ti devi accontentare di quello che c’è. Fatica, umiliazione, paghe da fame ma perché? Quello che ci serviva era formarci: l’abbiamo fatto, lo stiamo ancora facendo e non smetteremo di farlo. Le nostre scuole non ci permettono di avere quella preparazione che ti consente di poter scegliere. Non si tratta solo di imboccare la formazione professionale giusta. Spesso a pagamento, oltretutto. Si tratta di essere educate a credere nelle proprie potenzialità, a credere che con gli strumenti giusti si può scegliere una strada piuttosto che un’altra. Qui ti insegnano a sopravvivere, ad accontentarti, a stringere i denti perché prima o poi arriverà qualcosa di buono per te. E’ una vita che lavoriamo, non è mai arrivato niente di tutto ciò. E’ un mito il fatto che ognuna di noi è artefice del proprio destino, è una favoletta che ci raccontano solo per convincerci che se va male è colpa tua, della tua incapacità perché non sei abbastanza brava. Noi sappiamo solo che non vogliamo essere più sole e che insieme, ognuna con il suo pezzetto di sapienza e volontà, possiamo arrivare più lontano di così e rendere un destino che sembra ineluttabile una storia scritta da noi.

Qual è l’obiettivo di questa cooperativa?

L’obiettivo di questa cooperativa è complesso ma non è detto che sia irraggiungibile. Vogliamo trasformare il quartiere facendo comunità. Avviare delle attività produttive che possano sostenere le attività sociali e i servizi che abbiamo offerto in questi anni dal basso. Le nuove economie del quartiere: il laboratorio di ristorazione che è l’attività più avanzata, il birrificio, la falegnameria, il mercato di quartiere saranno quella filiera interna al quartiere legata ad una più grande che coinvolge le cooperative agricole della mistica e della tenuta del Quarticciolo, quelle di Zagarolo, i ristoratori e i birrifici che ci sostengono; andranno a sostenere il doposcuola popolare, l’ambulatorio, la palestra le attività che di per sé non producono reddito. Nella nostra idea di quartiere non ci possiamo fermare all’attività lavorativa, dobbiamo pensare all’educazione, allo sport, alla salute, a tutto ciò che riguarda un quartiere e la sua vivibilità. Abbiamo un piano per il quartiere e tenteremo di raggiungere questi obiettivi.

Avete paura? E se sì di cosa? E come pensate si possa affrontare insieme? Che tipo di resistenze incontrate sul territorio?

Abbiamo paura? Si certo. Ma è meglio investire le nostre energie su questo percorso che aspettare il nulla che abbiamo visto fino ad ora. Non abbiamo niente da perdere se non un quartiere abbandonato dalle istituzioni. Terreno fertile per le piazze di spaccio. Nessuno si è mai chiesto di che cosa dovremmo vivere. La nostra paura più grande è che tutti gli sforzi che stiamo facendo, anche quelli di farci ascoltare dalle istituzioni che finalmente hanno deciso di stanziare 75 milioni di euro per la riqualificazione del quartiere, siano vani. Abbiamo paura che queste risorse vengano sprecate per opere inutili, che non vengano ascoltate le abitanti che sanno quali sono i bisogni del quartiere. Chi sa meglio di chi ci abita? Abbiamo paura che per l’ennesima volta vogliano dirci come campare ma non ce l’hanno mai chiesto come campiamo veramente. Non lo sanno! E’ tutto frutto di pregiudizi. Questo è un quartiere interamente di proprietà pubblica che di per se dovrebbe essere un fatto positivo. Ma tutto dipende da loro perché abbiamo bisogno che le risorse vengano investite per ristrutturare le case, mettere in regola gli abitanti, rendere agibili i piani terra destinati alle attività commerciali delle palazzine per creare infrastrutture materiali e immateriali al sostegno dell’impresa. Stiamo aspettando che rendano tutto ciò reale ma è già passato un anno e non vediamo niente. Intanto le attività commerciali esistenti stanno chiudendo e la gente vuole andarsene via.

La vostra si propone come cooperativa di comunità: è difficile coinvolgere il quartiere?

Il quartiere è in uno stato di abbandono da così tanto tempo che in molti hanno perso qualsiasi fiducia nell’azione istituzionale e purtroppo di conseguenza anche nell’azione collettiva. Siamo in tanti ad attivarci nel quartiere, ci sono tantissime realtà associative e la parrocchia è sempre stata un punto di riferimento così come la Palestra Popolare. La cooperativa di Comunità è una sfida importante ma siamo fiduciose nel fatto che quando riusciremo ad aprire le prime attività tutto sarà più facile. La microstamperia, il doposcuola e l’ambulatorio popolare, la palestra, il laboratorio di birrificazione, il mercato, sono una realtà fatta da chi ci abita. Dobbiamo rompere il velo della paura. Si può fare. Se oggi siamo in cento ad organizzare tutto questo domani saremo il triplo. Stiamo aspettando che le istituzioni facciano la loro parte. Noi è da una vita che siamo pronte e se decidono di fare di testa loro senza ascoltarci noi non solo “Abbiamo un piano” presentato a tutte le istituzioni ma abbiamo anche un piano b. Faremo quello che ci siamo prefissate ugualmente, non possiamo aspettare ancora. Ci chiediamo solo come sia possibile che un quartiere considerato di serie b possa rimboccarsi le maniche e raggiungere tali traguardi e lo Stato con tutte le risorse che ha stanziato non abbia ancora agito per recuperare gli immobili di sua stessa proprietà. Ristrutturare gli immobili di proprietà Ater, completare l’asilo nido, riaprire la piscina e il campo da calcio, rendere agibili i locali commerciali vuol dire agire su strutture pubbliche non vuol dire regalare niente a nessuno.

Cosa pensate possa favorire il vostro business e la vostra idea di impresa?

Prima di tutto il nostro business è sostenuto dall’idea stessa che non ha lo scopo di approfittare del lavoro di nessuno. Dietro c’è un’idea di lavoro ma anche di territorio, di rigenerazione del quartiere, di vivibilità, di attenzione alla sostenibilità e di denuncia. I nostri amministratori non hanno un’idea di sviluppo delle periferie anche perché questo pensiamo avvenga attraverso la partecipazione territoriale ma non quella fine a se stessa che abbiamo visto con gli ex contratti di quartiere. Quella politica pubblica sulle periferie ha finito per fallire lasciandoci con un asilo nido costruito per metà. Secondo noi proprio perché era basato su un’idea di partecipazione di facciata. Non basta comunicare agli abitanti decisioni prese altrove, bisogna costruire insieme a loro il territorio. E’ proprio così che gli interessi individuali diventano collettivi e per il bene della comunità. Altrimenti si pensa che accontentare due o tre interessi particolari possa essere scambiato per intervento pubblico. La nostra idea di cooperativa è un’idea sostenuta dagli abitanti, dalla città anche da pezzi istituzionali. Qualcuno però pensa che se questo commissariamento non va a buon fine che per noi significa subire altri sfratti, buttare le risorse pubbliche per istallare 4 telecamere, ci perdono solo gli abitanti o chi se ne sta occupando in prima persona. Sarà invece una sconfitta per tutti. Sicuramente un sostenitore fondamentale è Legacoop che ci ha aiutato a pensare alla cooperativa di comunità ed è per questo che abbiamo deciso di affiliarci. Insieme a Legacoop faremo un crowfunding, abbiamo già un consulente che ci segue, e stiamo pianificando delle linee di finanziamento che ci aiuteranno a far decollare la cooperativa. Non abbiamo paura di non essere sostenute economicamente, moralmente dal punto di vista formativo e imprenditoriale. Abbiamo una rete solida che ci sostiene ed indirizza.

La domanda che non ho fatto.

Non ci hai chiesto quando. Quando realizzeremo tutto. Ci stiamo prendendo il tempo giusto per fare tutto al meglio. Ma speriamo che sentirete ancora parlare di noi e che questa sarà uno dei tanti racconti di una trama duratura e ricca di esperienze e soddisfazioni.